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POLITICA
10 febbraio 2010
1° Congresso Nazionale dell'Italia dei Valori

 

5, 6 e 7 Febbraio: tre giorni meravigliosi per chi ha avuto l’onore e il piacere di essere presente al 1° Congresso Nazionale dell’Italia dei Valori.
Non ci soffermiamo sui discorsi che hanno entusiasmato l’animo dei delegati, che da Luigi De Magistris a Sonia Alfano hanno infiammato il cuore di chi crede ancora nei valori di legalità e giustizia.
Il congresso è sicuramente servito a ricordare non solo a chi aderisce all’IDV, ma a tutti in Italia e all’estero, che pulire la politica dagli interessi personali di qualcuno, dalla mafia, dal sopruso e dall’arrivismo è possibile. Il baluardo di questo radicale cambio di rotta è uno solo: Antonio Di Pietro.
Antonio Di Pietro, fondatore dell’IDV, è l’Ammiraglio giusto per traghettare la nave della trasparenza e dell’etica verso la vittoria politica; solo Di Pietro può essere garante del ritorno ai valori morali di cui oggi la politica italiana ha tanto bisogno.
Antonio Di Pietro ha costruito il proprio partito sui pilastri dell’etica e della moralità, ha ribadito al Congresso Nazionale la necessità di portare avanti e credere in questi valori e lo ha esplicitamente richiesto agli alleati politici!
È stato bello il momento in cui Di Pietro chiedeva a De Luca di impegnarsi pubblicamente in tal senso e altrettanto toccante è stato l’intervento di De Luca al Congresso Nazionale dell’IDV dove ribadiva la necessità di pulire la politica italiana e l’amministrazione regionale della Campania in particolare.
E toccante è stato anche il momento in cui la platea ha salutato con entusiasmo e una standing ovation l’ingresso di Nichi Vendola che ha condotto con grande profitto il suo impegno in Puglia e con successo la sfida al PD perché ci fosse democrazia nella scelta dei candidati.
Avvincente è stata anche l’elezione del coordinatore giovanile. L’entusiasmo che i giovani mettono nel proprio lavoro e l’alta dose di idealismo che li pervade fa ben sperare per il futuro.
Le nostre congratulazioni vanno a Rudi Russo eletto coordinatore nazionale dei giovani dell’IDV, ma un sincero plauso è indirizzato anche ad Adele Conte e Paola Calorenne che hanno ampiamente dimostrato di possedere grandi qualità.
Il 1° Congresso Nazionale si è concluso con l’acclamazione di Antonio Di Pietro a Presidente del partito e con il rinnovato orgoglio di appartenere all’Italia dei Valori!



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POLITICA
8 febbraio 2010
L’ESTINZIONE DEGLI AKUNTSU

L’ONG Survival International, allarmata per la sorte della piccolissima comunità brasiliana degli indiani Akuntsu così denuncia: <<L’atto finale di un genocidio. Il numero degli Akuntsu scende a 5>>. Infatti dopo la morte, avvenuta recentemente, del membro più anziano Ururù, gli Akkuntsu sembrano avviati verso un destino crudele.

Essi vivono nella Rondonia, una regione dell’Amazzonia brasiliana che ogni giorno vede intensificare allevamenti bestiame e coltivazioni di soia a scapito di quella foresta pluviale dove ormai solo cinque Akuntsu tentano di sopravvivere alla imminente estinzione.
Un popolo la cui origine si perde nella notte dei tempi rischia di non avere più seguito in un’era dove sembrava che ogni cosa fosse possibile.
Ci viene raccontato che Ururù, l’anziano akuntsu scomparso pochi mesi fa, ha lottato con tutte le sue forze fino alla fine, vivendo di caccia come ha fatto per tutta la sua vita. Purtroppo però anche suo fratello Konibu sta molto male.
A sterminare uno dopo l’altro l’intero popolo sono stati i coltivatori di soia e gli allevatori di bestiame, anche assoldando veri e propri killer quando necessario per i loro loschi interessi.
Ururù ha assistito impotente a questo barbaro genocidio giorno dopo giorno. Questa gente, si racconta, ha invaso e distrutto ettari ed ettari di foresta, la loro terra naturale, quella madre-terra che gli indigeni adorano e rispettano più d’ogni altra cosa.
Una sciagura autorizzata da un governo senza scrupoli che, tra gli anni sessanta e settanta, ha aperto le porte ai progetti di colonizzazione e alla costruzione della famigerata autostrada BR 364 nello stato di Rondonia. Uno scempio che ha costretto gli Akuntsu a ritirarsi in triangoli di terra sempre più piccoli, a retrocedere davanti all’uomo bianco, alla sua prepotenza, alla sua mancanza di scrupoli. E l’uomo bianco un giorno si spinse fino alle loro case, con ruspe e fucili, e distrusse ogni cosa e sparò all’impazzata. Il ricordo di quel nefando giorno è vivo nella mente e sulla pelle di Konibù e Pupak, unici due superstiti di quella mattanza, che ancora oggi portano le cicatrici delle pallottole che li colpirono mentre fuggivano disperati.
Nessuno è capace di comprendere la lingua degli Akuntsu, quindi è impossibile sapere con certezza l’orrore provato, ma gli sguardi, i gesti, le cicatrici, il tono della voce danno sicuramente una chiara idea di quanto tragico dovesse esser stato quel giorno.
Inoltre con Ururù se n’è andata la più grande memoria storica del suo popolo, se ne sono andati i dettagli, i particolari di quegli orrori subiti negli ultimi cinquant’anni e impressi in lui per sempre, ma mai nessuno potrà seppellire quella tragica verità.
Stephen Corry, direttore generale di Survival ha recentemente commentato: <<Con la morte di Ururù stiamo assistendo agli atti finali di un genocidio in pieno XXI secolo.
A differenza degli stermini di massa della Germania nazista e del Ruanda, il genocidio dei popoli indigeni continua negli angoli più remoti del mondo, sfuggendo alla vista e alla condanna dell’opinione pubblica. Anche se i numeri sono inferiori, il risultato non cambia. Le speranze di salvezza dei popoli indigeni cominceranno solo quando le loro persecuzioni saranno state finalmente riconosciute gravi tanto quanto la schiavitù e l’apartheid>>.
Noi dell’IDV siamo tra gli ultimi che avranno parlato degli Akuntsu, una tribù senza speranza: tre donne e due uomini in età avanzata destinati ad attendere il tragico epilogo di una ancestrale cultura, una remota tradizione, una gloriosa tribù. Un’altra parte della stupefacente diversità dell’umanità scomparirà, per sempre.

Ci schieriamo in difesa del diritto alla vita di tutti gli uomini, del diritto di ogni comunità di vivere nel proprio territorio e di continuare a tramandare le proprie tradizioni.




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POLITICA
29 ottobre 2009
Haminatou Haidar e il popolo Saharawi

Haminatou Haidar da quando aveva 23 anni combatte con metodi non violenti i soprusi che il popolo Saharawi subisce da parte delle autorità marocchine. Infatti il territorio del sahara occidentale è ricchissimo di fosfati e dal 1975, anno in cui è cessato il neocolonialismo spagnolo, l’esercito marocchino esercita un forte controllo su quel territorio, anche a prezzo di una sanguinosa guerriglia contro il Fronte Polisario appoggiato dall’Algeria e cessata solo nel 1991 grazie alla mediazione dell'Onu.

Oggi Haminatou di anni ne ha più di quaranta e persevera nella sua pacifica lotta per la libertà e l’indipendenza del suo popolo.

Ad Haminatou sono stati riconosciuti molti premi internazionali: è stata candidata al Nobel per la Pace e ha vinto, fra gli altri numerosi riconoscimenti, il premio Robert Kennedy per i diritti umani.  Anche la Train Foundation di New York le ha elargito il Civil Courage Prize. Un premio e un assegno di 50 mila dollari assegnato a chi dimostra una ferma resistenza alle ingiustizie anche a rischio della propria vita.

Tuttavia la cassa di risonanza internazionale suscitata da questi riconoscimenti non modifica l'atteggiamento di Rabat verso i territori occupati e verso il referendum per l'autodeterminazione del popolo Saharawi, chiesto anche dalle Nazioni Unite con la risoluzione 1754 del 30 aprile 2007.

I riconoscimenti tributati ad Haminatou le danno la forza di continuare a sperare che un giorno il suo popolo possa godere dei diritti di autoderminazione ed essere riconosciuto quale Stato indipendente, purtroppo però Haminatou Haidar lamenta che le vicende relative al popolo Saharawi sono poco conosciute: “Il popolo Saharawi accoglie valori universali come la democrazia, il rispetto dei diritti umani, la tolleranza religiosa, l'uguaglianza delle donne, eppure la nostra battaglia – afferma la leader sahariana – non è ben conosciuta”.

Per quanto concerne la nostra politica internazionale siamo vicini alla causa Saharawi e il nostro impegno è quello di diffondere il più possibile i traumi di questa sfortunata popolazione.




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POLITICA
9 settembre 2009
Indignazione dell'ANM per le dichiarazioni del Premier
 

L’Associazione Nazionale Magistrati assume una posizione forte contro Berlusconi e prova grande risentimento per i continui attacchi del Premier tesi a delegittimare chi combatte ogni giorno la mafia esponendosi in prima persona.

L’ANM si dice indignata per le <<inaccettabili>> dichiarazioni del Presidente del Consiglio sulle procure di Milano e Palermo.

La Giunta del sindacato delle toghe lamenta in un documento pubblicato oggi: <<Ancora una volta l’Onorevole Berlusconi definisce folli i magistrati che hanno come unica responsabilità quella di esercitare le loro funzioni al servizio del Paese, senza condizionamenti>>.

L’ANM aggiunge inoltre: <<E’ del tutto inaccettabile che il capo del governo affermi che i magistrati impegnati in indagini difficilissime su fatti tra i più gravi della storia del nostro Paese, quali le stragi mafiose dei primi anni '90, sprecano i soldi dei contribuenti. Come se non fosse interesse di tutti fare piena luce, e con ogni mezzo, su vicende gravissime che presentano aspetti ancora oscuri».

«La lotta alla mafia, che il governo in carica dichiara spesso di voler perseguire con ogni mezzo - prosegue il dcoumento - richiede un impegno corale di tutte le istituzioni e non può tollerare infondate operazioni di delegittimazione dei magistrati e delle forze dell'ordine, esposti in prima linea nell'azione di contrasto alla criminalità mafiosa». A loro l'Anm e noi dell'IDV esprimiamo «il pieno sostegno e la convinta solidarietà della magistratura italiana».




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POLITICA
13 agosto 2009
Le strategie della Lega

I signori della Lega hanno iniziato a far propaganda con una serie di proposte al quanto discutibili; gli unici scopi erano quello di far parlare di sé e di anestetizzare l’opinione pubblica.

Hanno inizialmente proposto qualcosa come un esame di cultura regionale/dialettale per i docenti e di accompagnare il Tricolore con le bandiere regionali e dopo che gli italiani hanno cassato tali proposte come ridicole, hanno portato avanti quella che è la loro vera proposta, quella nella quale credono davvero e che non abbandoneranno come le altre: le gabbie salariali.

Le prime due proposte si erano rese necessarie per evitare la bufera che si sarebbe sollevata intorno a quest’ultima indecente provocazione. E in effetti ci sono riusciti.

Inutile osservare che il primo coro di dissenso è tutto interno alla maggioranza: esponenti del PDL si sono detti contrari a un sistema retributivo che danneggerebbe i lavoratori meridionali.

Anche l’opposizione ha aspramente criticato la proposta che porterebbe l’Italia indietro di decine di anni e che avrebbe un pericoloso effetto inflazionistico (legando la retribuzione al costo della vita). Tuttavia solo noi dell’Italia dei Valori abbiamo fatto notare che oltre all’irragionevolezza della proposta va ribadita anche l’incostituzionalità della stessa.

Benché il Premier sembri essere assoggettato al giogo della Lega e di questa estremamente succube riteniamo che una tale proposta non abbia futuro e probabilmente di questo ne sono consapevoli gli stessi esponenti leghisti, tuttavia potranno sempre dire ai loro elettori e ai lavoratori del nord che ci hanno provato! Nella peggiore delle ipotesi avranno guadagnato altri consensi.




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POLITICA
30 luglio 2009
PDL: decreti legislativi e divisioni interne!
 

Rischiamo di diventare noiosi, ma l’utilizzo che il governo fa dei decreti legislativi è inammissibile.

Il Capo dello Stato ha chiesto di apportare sostanziali modifiche al dl anticrisi: pena la mancata ratifica. (Finalmente! Allora Di Pietro la conosce la Costituzione?).

La necessità di modificare il decreto è dettata anche dai numerosi malumori interni alla maggioranza e al PDL stesso. Come se non bastasse anche le regioni sono sul sentiero di guerra e minacciano una pioggia di ricorsi alla Corte Costituzionale perché il decreto, sostengono, intacca le loro competenze esclusive. Tuttavia modificare il decreto attraverso la regolare procedura emendativa richiederebbe troppo tempo, del resto le vacanze incalzano e il mare non può attendere; sapete, quindi, come il governo ha pensato di risolvere il problema e accorciare i tempi? Producendo un nuovo decreto legislativo e ponendo l’ennesima questione di fiducia.

Ciliegina sulla torta, è stato deciso di elargire 4 miliardi di risorse alla sola Sicilia. E il resto del sud? Non importa, per il momento si deve scongiurare il pericolo di una scissione interna e quindi meglio assecondare le richieste di Miccichè e Lombardo. Peccato che ancora una volta la decisione sia stata criticata dagli esponenti dello stesso PDL, infatti Fitto ha chiesto che gli interventi riguardassero tutto il sud e non solo la Sicilia. Persino Angelino Alfano, benché siciliano, ammette che la cosa non è proprio corretta: <<Prima – ha detto il Guardasigilli – dimostrino di spendere bene quello che hanno già avuto>>.

Insomma, forse il progetto PDL è nato menomato, è figlio di chi ha voluto celebrare le nozze di due anime troppo diverse tra loro e ora… litigano!



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POLITICA
22 luglio 2009
Ancora fiducia e dl che sviliscono le funzioni del Parlamento
 

Il governo si appresta a chiedere ancora una volta la fiducia sull’ennesimo decreto legge. Questa volta stiamo parlando del dl anticrisi e finalmente anche il PD si è svegliato; Franceschini ha finalmente detto qualcosa che noi abbiamo fatto notare già più volte in passato (vedi articolo “Un salto indietro di 2500 anni” del15/07/2009 e “Ddl sicurezza: ennesima fiducia e rischi per il Paese” del 01/07/2009). Franceschini ha dichiarato infatti: <<Il governo sta mettendo in atto un sostanziale svuotamento del Parlamento a colpi di decreto legge>>. E nel merito l’attuale segretario del PD se la prende con lo scudo fiscale definendolo un <<condono immorale>>.

Per la cronaca dobbiamo far notare che con quella che sarà chiesta Venerdì saranno 23 le volte che l’attuale governo ha posto la questione di fiducia, mentre il governo Prodi nello stesso arco temporale e con una maggioranza estremamente risicata vi aveva fatto ricorso 17 volte (incassando numerose critiche dal centro-destra).

Non penso che la cosa meriti ulteriori commenti, tuttavia facciamo notare come i malumori crescano all’interno dello stesso governo. Infatti il Ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo manifesta tutto il suo malumore per una norma inserita con un <<colpo di mano>> che di fatto esclude il suo ministero dai controlli sulle centrali di produzione e sulle reti di distribuzione dell’energia. La risposta della Lega non tarda ad arrivare e Calderoli replica sardonico che tutto era stato concordato in Consiglio dei ministri.

Polemica anche sulla misura riguardante il pensionamento dei dipendenti pubblici con 40 anni di contributi (con l’esclusione dei primari, professori universitari e magistrati). Questa volta i protagonisti sono i ministri Brunetta e Sacconi: quest’ultimo contesta l’esclusione di altre figure dirigenziali dalla clausola “anti-rottamazione”, osservando che tutto questo configura una disparità di trattamento e presunti rischi di incostituzionalità.




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POLITICA
15 luglio 2009
Un salto indietro di circa 2500 anni
 

Il Ministro della Giustizia Angelino Alfano, impegnato come il suo governo a sottrarre al Parlamento la funzione legislativa, ha approntato un nuovo disegno di legge, questa volta sulla riforma del processo penale. Tuttavia il suo ddl non trova il placet del Csm anzi, la stroncatura arrivata dalla VI Commissione è netta: il disegno di legge violerebbe almeno quattro principi costituzionali, a cominciare da quello sull'obbligatorietà dell'azione penale, e avrà effetti «devastanti» sull'«efficacia» delle indagini. Inoltre, «rafforzando la dipendenza della polizia giudiziaria dal potere esecutivo» e al tempo stesso «estromettendo il pm dalle indagini», potrebbe permettere al governo di controllare o quanto meno di condizionare l'azione penale.

A tal proposito come appassionato di diritto e di filosofia non posso esimermi dal far notare alcune cose estremamente interessanti.

La separazione (o divisione) dei poteri è uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto. Consiste nell’individuazione di tre funzioni pubbliche (legislazione, amministrazione e giurisdizione) e nell’attribuzione delle stesse a tre organi dello Stato secondo la seguente ripartizione:

potere legislativo – Parlamento

potere esecutivo – Governo

potere giudiziario – Magistratura

Dal punto di vista storico va detto che l’idea che la divisione del potere sovrano tra più soggetti sia un modo efficace per prevenire abusi è molto antica nella cultura occidentale: nella riflessione filosofica sulle forme di governo della Grecia classica si argomenta la validità del cosiddetto “governo misto” che era visto come antidoto alla possibile degenerazione delle forme di governo “pure” nelle quali tutto il potere è concentrato in un unico soggetto. Già Platone ne La Repubblica sottolineava la necessità di indipendenza del giudice dal potere politico. Aristotele nella sua opera Politica delineò una forma di governo misto da lui denominata politìa, nella quale confluivano i caratteri delle tre forme semplici da lui teorizzate (monarchia, aristocrazia, democrazia) distinguendo, inoltre, i tre momenti nell'attività dello stato: deliberativo, esecutivo e giudiziario.

Henry de Bracton, nel XIII secolo, introdusse la distinzione tra gubernaculum e iurisdictio: il primo è il momento "politico" dell'attività dello Stato, nel quale vengono fatte le scelte di governo, svincolate dal diritto; il secondo è, invece, il momento "giuridico", nel quale vengono prodotte ed applicate le norme giuridiche, con decisioni vincolate al diritto (De legibus et consuetudinibus Algliæ).

Anche John Locke nei Due Trattati sul Governo del 1690 teorizza la separazione dei poteri che comincia ad assumere una fisionomia più moderna e simile a quella attuale.

Tuttavia la moderna teoria della separazione dei poteri viene tradizionalmente associata al nome di Montesquieu. Il filosofo francese, nello Spirito delle leggi, pubblicato nel 1748, fonda la sua teoria sull'idea che "Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti [...]. Perché non si possa abusare del potere occorre che [...] il potere arresti il potere". Individua, inoltre, tre poteri (intesi come funzioni) dello stato - legislativo, esecutivo e giudiziario - così descritti: "In base al primo di questi poteri, il principe o il magistrato fa delle leggi per sempre o per qualche tempo, e corregge o abroga quelle esistenti. In base al secondo, fa la pace o la guerra, invia o riceve delle ambascerie, stabilisce la sicurezza, previene le invasioni. In base al terzo, punisce i delitti o giudica le liti dei privati".

Partendo da questi presupposti e prendendo a modello la costituzione inglese dell'epoca, Montesquieu elabora un modello di stato in cui il potere legislativo "verrà affidato e al corpo dei nobili e al corpo che sarà scelto per rappresentare il popolo", mentre il potere esecutivo "deve essere nelle mani d'un monarca perché questa parte del governo, che ha bisogno quasi sempre d'una azione istantanea, è amministrata meglio da uno che da parecchi". Resta il potere giudiziario che Montesquieu considera "in qualche senso nullo" (espressione che farebbe riferimento alla sua neutralità) e che ritiene debba essere affidato a giudici tratti temporaneamente dal popolo.

Nel modello di Montesquieu il potere legislativo e quello esecutivo si condizionano e si limitano a vicenda, infatti: "Il potere esecutivo [...] deve prender parte alla legislazione con la sua facoltà d'impedire di spogliarsi delle sue prerogative. Ma se il potere legislativo prende parte all'esecuzione, il potere esecutivo sarà ugualmente perduto. Se il monarca prendesse parte alla legislazione con la facoltà di statuire, non vi sarebbe più libertà. Ma siccome è necessario che abbia parte nella legislazione per difendersi, bisogna che vi partecipi con la sua facoltà d'impedire. [...] Ecco dunque la costituzione fondamentale del governo di cui stiamo parlando. Il corpo legislativo essendo composto di due parti, l'una terrà legata l'altra con la mutua facoltà d'impedire. Tutte e due saranno vincolate dal potere esecutivo, che lo sarà a sua volta da quello legislativo. Questi tre poteri dovrebbero rimanere in stato di riposo, o di inazione. Ma siccome, per il necessario movimento delle cose, sono costretti ad andare avanti, saranno costretti ad andare avanti di concerto." Quanto al potere giudiziario, deve essere sottoposto solo alla legge, di cui deve attuare alla lettera i contenuti (deve essere la "bouche de la lois", "la bocca della legge").

Nel complesso cosa possiamo dire al Ministro Alfano? Congratulazioni, ha fatto un salto indietro di circa 2500 anni!



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POLITICA
15 luglio 2009
Napolitano critica la legge sulla sicurezza
 

Finalmente arrivano dal Presidente della Repubblica le critiche alla legge sulla sicurezza approvata lo scorso 2 luglio dal Parlamento. Il Capo dello Stato ha espresso «perplessità e preoccupazioni» sull'insieme del provvedimento e ha indicato alcune «criticità» sulle quali, si legge in una nota del Quirinale, «ha ritenuto di richiamare l'attenzione del presidente del Consiglio e dei ministri dell'Interno e della Giustizia per le iniziative che riterranno di assumere, anche alla luce dei problemi che può comportare l'applicazione del provvedimento in alcune sue parti».

Napolitano sottolinea in particolare che «suscita perplessità e preoccupazioni l'insieme del provvedimento che, ampliatosi in modo rilevante nel corso dell'iter parlamentare, risulta ad un attento esame contenere numerose norme tra loro eterogenee, non poche delle quali prive dei necessari requisiti di organicità e sistematicità». In particolare, il capo dello Stato rileva «la presenza nel testo di specifiche disposizioni di dubbia coerenza con i principi generali dell'ordinamento e del sistema penale vigente».

Speriamo che l’analisi della legge porti il Presidente a rinviare alle Camere il testo negando la promulgazione, tuttavia dalla nostra analisi delle scelte politiche del Presidente e delle sue recenti prese di posizione riteniamo improbabile un atto così coraggioso!



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POLITICA
10 luglio 2009
Passa la legge che autorizza il nucleare
 

La concomitanza con il G8 sembra una coincidenza positiva per chi non vuole far sapere che è stato approvato in Senato il disegno di legge sullo sviluppo (ora diventato legge).

A seguito di un travagliato iter durato quasi un anno passa una legge che cancella di netto l’espressione di volontà popolare pronunciatasi con referendum nel 1987 a favore dell’abolizione delle centrali nucleari (uno dei pochissimi referendum che ha raggiunto il quorum per l’abrogazione).

Il Ministro Claudio Scajola, in merito a quello che era stato definito ddl sviluppo e alla sua approvazione ha parlato di <<una legge storica, una serie di norme strategiche con cui passiamo dalle misure di emergenza per contrastare la crisi, alle riforme strutturali per aiutare il Paese e il sistema produttivo ad uscire dalle difficoltà avviando processi di competitività, modernizzazione e efficienza che configureranno l’Italia del futuro>>.

La novità più importante della nuova legge riguarda la reintroduzione in Italia delle politiche nucleari ed è su queste che ci vogliamo soffermare perché riteniamo si stia facendo un incredibile errore e un grande passo indietro rispetto ai Paesi tecnologicamente più avanzati che puntano su forme energetiche rinnovabili e non inquinanti.

A tal proposito invitiamo a leggere il seguente articolo scritto in passato e non ancora pubblicato.

Cari ragazzi, è estremamente importante capire le politiche relative al nucleare e perché esse sono insostenibili.

Prima di ogni cosa bisogna sottolineare una cosa di cui non si parla mai: <<L’energia nucleare è costosa!>>.

Questo punto lo dobbiamo tenere sempre a mente, infatti sentirete dire che l’energia nucleare ci farà risparmiare tantissimi soldi ma non è così.

Poi bisogna considerare una cosa ancora più importante: <<L’energia nucleare è pericolosa!>>.

Sembrerebbe che i francesi spingano per la realizzazione in Italia di centrali nucleari (infatti i cugini d’oltralpe si garantirebbero di contribuire alla progettazione e in parte alla realizzazione di tali centrali, con un guadagno economico non trascurabile); non dimentichiamo però che recentemente, proprio in Francia, per ben due volte, ci sono state delle contaminazioni di scorie radioattive, benché alla stampa siano state passate informazioni rassicuranti circa la non pericolosità degli eventi.

Una cosa è vera tra quanto viene detto dai sostenitori del nucleare: molte centrali già esistenti sono poste a poca distanza dal confine e nel caso di un disastro ne saremmo investiti. Ma anche un’altra cosa è vera: nel caso del disastro di cui nessuno di noi si augura, le responsabilità ricadono su quei paesi che hanno le centrali e pertanto, per quanto vicini possano stare al confine, sono loro che si devono accollare le spese di bonifica e risarcimenti.

Quindi il fatto che numerose centrali nucleari siano prossime al confine più che essere un motivo per far costruire centrali in Italia dovrebbe essere un buon motivo per far chiudere quelle all’estero (attraverso, per esempio, lungimiranti politiche comunitarie). Inoltre non facciamoci prendere in giro dalle belle parole vuote di significato; per esempio, i signori del nucleare pavoneggiano queste centrali di 3^ generazione. Ebbene, sappiate che la 3^ generazione di reattori è già obsoleta oggi, figuratevi tra trent’anni quando dovrebbero essere a pieno regime: non ci saranno più neanche i ricambi per la manutenzione.

Per concludere permettetemi un paio di domande: <<Perché si parla di nucleare quando già nel 1987 son saggezza gli italiani si sono detti contrari al nucleare per mezzo di un referendum? Che fine ha fatto la sovranità popolare?>>.

Ah, quasi dimenticavo: i sostenitori del nucleare lo associano al progresso. Sbagliato! Costituiva progresso negli anni ’60 e ’70, ma di sicuro oggi l’energia nucleare non è annoverabile tra le forme di energia figlie del progresso.

Il progresso oggi è costituito da energie rinnovabili, bioenergie. È in questa direzione che stanno viaggiando i principali paesi mondiali. Abbiamo la possibilità di non rimanere indietro. Abbiamo la possibilità di correre alla pari con questi Paesi, di iniziare la corsa insieme a loro e magari di arrivare primi. Sì, se partiamo subito possiamo anche ambire ad essere leader in questo settore, sia per la tradizione che faticosamente abbiamo costruito nell’ambito delle energie rinnovabili, sia per il gran numero di scienziati italiani di cui il nostro Paese si può vantare.




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